Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
Credo fermamente che l'amore per la natura che ci circonda si possa e si debba trasmettere alle future generazioni. E' quello che ho sempre cercato di fare con i miei figli e mi sembra di esserci riuscita, perché fin da piccoli l'hanno sempre amata e rispettata.
Il mio primogenito, già da ragazzo, era divenuto un bravo cacciatore, sempre alla ricerca di scenari e prede da immortalare.
Come avrete capito, la caccia da lui praticata non era quella tradizionale, bensì quella fotografica, che non fa del male a nessuno, che permette di cogliere aspetti magici del nostro mondo e di provare semplicemente tante emozioni.
Quando viveva ancora con noi, spesso lo vedevamo partire prima che il sole sorgesse, munito di varie attrezzature come finti canneti per mimetizzarsi nella boscaglia, di obiettivi particolari e di diverse dimensioni e sempre pronto a catturare le splendide immagini offerte dalla natura.
A volte quelle dei cervi in amore, seguendo i loro bramiti, altre quelle degli aironi lungo il fiume o semplicemente la bellezza dei paesaggi nelle varie stagioni. Aveva la pazienza di attendere a lungo e con estrema discrezione per poter fotografare un picchio, una volpe o una famigliola di caprioli nella meraviglia dei boschi.
Un giorno, dopo il lavoro, decise di fare una battuta di caccia serale.
Era il periodo della migrazione dei rospi che a primavera si dirigono verso le zone lacustri per la riproduzione. La sera era il momento ideale per osservarli, per ascoltare il loro sonoro gracidare e soprattutto per immortalarli.
Dopo l'escursione, non sarebbe tornato a casa, ma avrebbe raggiunto degli amici per passare la notte da loro.
Mio marito si era appena addormentato e io mi apprestavo a compiere gli ultimi rituali prima di coricarmi, quando squillò il telefono.
Era mio figlio e aveva una voce piuttosto strana.
"Potreste venire a prendermi?", mi chiese. "Dove sei? Cosa é successo?", domandai preoccupata e mi rispose che si trovava ancora al lago.
Cominciai ad agitarmi, ma mi disse subito che stava bene, spiegando che la portiera della macchina si era chiusa accidentalmente mentre si stava togliendo gli scarponi e che le chiavi erano rimaste dentro, insieme al cellulare e a tutto il resto. Aggiunse che si trovava lontano dall'abitato, scalzo e senza la possibilità di comunicare, ma che, per fortuna, un uomo era casualmente passato di là e gli aveva prestato il proprio telefono.
Nel frattempo, svegliato dalla mia voce concitata, mio marito si era alzato e lo misi al corrente di tutto.
Iniziò la ricerca della seconda chiave della macchina di mio figlio che pareva essersi volatilizzata.
"Pazienza", dissi, "andiamo a recuperarlo e all'automobile penseremo domani".
Il lago non era molto lontano, ma neppure vicinissimo e ci volle del tempo per arrivare.
"Ma guarda che tocca fare dopo una interminabile giornata di lavoro", brontolava mio marito perchè, ovviamente, gli imprevisti accadono sempre nei momenti in cui si è particolarmente stanchi e provati.
Quando, finalmente, raggiungemmo lo sfortunato cacciatore di rospi, accanto alla macchina trovammo un ragazzo al buio, senza giacca e con una sola scarpa, alquanto infreddolito e con un'espressione imbronciata e un po' imbarazzata al tempo stesso.
Ci guardammo in silenzio e alla fine tutti e tre, probabilmente per la tensione che ormai si era allentata, scoppiammo a ridere.
Non era successo nulla di grave, in fondo, e quella situazione che si era venuta a creare alla fine ci sembrò quasi comica.
Nonostante la disavventura, gli scatti si rivelarono davvero ottimi e quando mio figlio li espose ad una mostra, insieme ad altre sue foto naturalistiche, ne ricavò grande soddisfazione.
Come dice il proverbio: tutto è bene quel che finisce bene.